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Risposta del professore Francesco Violante, direttore della Medicina del Lavoro Interaziendale, alla lettera della dottoressa Laura Licchetta del 27.3.2020

Notizie dal Policlinico
29 Marzo 2020

Rispondo alla lettera in oggetto che, pur formulando critiche all’operato dell’Unità Operativa di Medicina del lavoro, che ho l’onore di dirigere, non è tuttavia a me indirizzata.
La lettera descrive l’esperienza di medico e paziente in rapporto all’epidemia in atto di Covid-19: le esperienze dei medici-pazienti sono oltremodo significative perché offrono un particolare punto di vista sia sul vissuto della malattia che sulla sua cura e prevenzione. Siamo particolarmente lieti del fatto che la malattia della dottoressa abbia avuto un’evoluzione favorevole: ci sono però alcuni passaggi, nella sua lettera, che richiedono da parte nostra una puntualizzazione.

Innanzitutto, la stessa dottoressa dichiara di essersi ammalata “nonostante non avesse avuto contatti diretti con pazienti Covid-19”: stupisce quindi che subito dopo parli di “inadeguatezza della gestione del rischio professionale per gli operatori sanitari”, pur avendo contratto l’infezione senza un’evidente causa di origine lavorativa.

La dottoressa lamenta successivamente di non essere stata prontamente sottoposta ad un “tampone” cioè ad un’analisi di laboratorio per la diagnosi di infezione da virus SARS-CoV-2.

Credo che non dovrebbe sfuggire a nessuno, e tantomeno ai medici, che il nostro Paese, alla pari degli altri Paesi, abbia affrontato la pandemia da virus SARS-CoV-2 largamente impreparato, sia come scorte di dispositivi di protezione individuale sia (dal punto di vista quantitativo) come capacità analitiche.

Quanto all’esecuzione dei “tamponi”, ancora non dovrebbe sfuggire a nessuno, e tantomeno ai medici, che in una situazione di risorse carenti si devono adottare scelte operative tese ad indirizzare quanto è disponibile dove è più necessario. Se avessimo a disposizione illimitata capacità di fare analisi della presenza di SARS-CoV-2 negli operatori sanitari, avremmo senz’altro sottoposto a test tutti gli operatori sanitari, e più volte.

Inoltre, non risponde al vero che l’Unità Operativa di Medicina del Lavoro dia indicazione agli operatori sanitari sintomatici di “non adottare nessuna misura cautelativa”. Le procedure in atto, invece, prevedono che gli operatori sanitari che in qualsiasi momento mostrino sintomi compatibili con infezione da virus SARS-CoV-2 rimangano a casa per non meno di due settimane, e ritornino al lavoro solo dopo che due tamponi abbiano dato esito negativo.

Non si comprende poi l’affermazione della dottoressa circa il “mancato isolamento tempestivo di casi positivi”, quando invece l’isolamento a casa dell’operatore sintomatico viene disposto comunque, anche nel caso di solo sospetto. A questo proposito, agli operatori sanitari per i quali la Medicina del Lavoro dispone l’isolamento a casa vengono fornite informazioni utili ad evitare la trasmissione del virus ai conviventi (nel caso inquestione, peraltro, la dottoressa scrive che la persona con lei convivente è risultata anch’essa positiva al virus, e rimane quindi incerta la direzione della trasmissione dello stesso virus tra i conviventi).

Dall’inizio dell’epidemia, gran parte del personale dell’Unità Operativa di Medicina del Lavoro sta lavorando senza risparmio, facendo del proprio meglio per contribuire a prevenire e controllare la diffusione del virus SARS-CoV-2 tra gli operatori sanitari: errori sono sempre possibili e quindi evidenziarli è un fatto positivo.

Critiche astratte, invece, che prescindono da una valutazione delle reali condizioni nelle quali sta operando il Paese, non sono di alcuna utilità.

Francesco S. Violante