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Possiamo ridurre la chirurgia radicale?

In corsia

20 Giugno 2023

L’IRCCS Sant’Orsola ha pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica “Gut” un articolo che conferma i dubbi sulle linee guida dedicate alla cura dei tumori del colon-retto.

Prendendo spunto da uno studio pubblicato sulle pagine dello stesso giornale (tra i più importanti al mondo nel campo della gastroenterologia) a gennaio del 2022, la lettera firmata dal professor Matteo Rottoli mette infatti in discussione i parametri che spingono gli specialisti ad optare per un intervento di chirurgia radicale in seguito ad una procedura endoscopica apparentemente non risolutiva.   

Se individuati in uno stadio iniziale, infatti, i tumori del colon-retto possono essere rimossi in prima battuta con una procedura meno invasiva rispetto all’operazione chirurgica: l’approccio endoscopico, per l’appunto. La massa tumorale e i tessuti asportati vengono poi analizzati con un esame istologico: in base agli esiti di questo ed altri test, se si sospetta che il tumore sia particolarmente aggressivo o che possa essersi diffuso ai linfonodi, il paziente viene quindi sottoposto ad un ulteriore intervento di chirurgia radicale. Un’operazione che però è decisamente più impattante e che presenta rischi più alti di complicanze.

Il punto è che spesso tali sospetti non trovano riscontro. Il professor Rottoli ha infatti coordinato uno studio sui dati di oltre 18mila pazienti operati chirurgicamente per tumore colorettale in 80 ospedali italiani: di questi, 103 erano stati precedentemente sottoposti a una procedura endoscopica. «Nel 64% dei casi – spiega - dopo l’intervento di chirurgia radicale non vengono trovate tracce di tumore residuo». E pure quando vengono individuate, si tratta per lo più di residui tumorali localizzati e non diffusi ai linfonodi.

«Le linee guida attuali selezionano una porzione troppo elevata di pazienti da sottoporre a chirurgia radicale in seguito alla procedura endoscopica senza effettivo riscontro di un tumore residuo. Il ruolo delle caratteristiche istologiche e dei fattori di rischio del paziente deve pertanto essere ridiscusso».

 

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