Il dolore e i sintomi sopra descritti vanno valutati nell’insieme e solo lo specialista ginecologico è in grado di capire se si tratta di disturbi realmente correlati all’endometriosi o se, al contrario, si tratta di condizioni transitorie e assolutamente fisiologiche. La diagnosi, in ogni caso, è tutt’altro che semplice e può avvenire anche a distanza di anni dalla comparsa dei primi fastidi, soprattutto a causa della sottovalutazione e della genericità dei sintomi.
L’iter diagnostico ha inizio con un’anamnesi accurata, ossia con un’accurata indagine della sintomatologia dolorosa della paziente che dia modo di definirne la localizzazione, la severità, la tempistica e la frequenza di comparsa, i fattori scatenanti e palliativi, la cronologia, la risposta emotiva e le caratteristiche psicologiche. La severità dei sintomi è adeguatamente misurata con l’ausilio di scale analogiche visive. Viene quindi eseguito un esame obiettivo ginecologico, durante il quale lo specialista palpa manualmente l’area pelvica alla ricerca di anomalie.
In base a quanto emerge da questa preliminare raccolta di informazioni, possono poi essere prescritti alcuni test di approfondimento. Su tutti, è spesso utile eseguire un’ecografia pelvica, tecnica diagnostica non invasiva e ben tollerate che permette di visualizzare direttamente le condizioni dell’utero e degli organi vicini. Può talvolta essere necessario associarla ad altre metodiche diagnostiche come la risonanza magnetica, la tomografia computerizzata, il clisma opaco, la colonscopia, l’ecografia trans rettale e l’ecografia renale.