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Trattamenti

Approfondisci alcune delle principali prestazioni terapeutiche del Policlinico

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Posizionamento e sostituzione stent ureterale

Lo stent ureterale è un sottile catetere che viene introdotto nell’uretere per facilitare il passaggio dell’urina dal rene alla vescica. In sostanza si tratta di un tutore flessibile e morbido, che assomiglia ad un piccolo tubicino e che solitamente è realizzato in materiale plastico. Viene posizionato attraverso una procedura endoscopica, ossia risalendo attraverso l’uretra. Tale procedura si avvale dell’utilizzo di un cistoscopio, strumento flessibile dotato di luce e telecamera. Grazie a questo dispositivo medico, che è collegato ad un monitor presente in sala, il medico può guidare lo stent lungo l’uretra e la vescica, per poi posizionarlo nell’uretere. Il corretto posizionamento viene verificato grazie all’ausilio dei raggi X. Si tratta di un intervento ambulatoriale che dura dai 15 ai 20 minuti e viene eseguito in anestesia locale. In genere il posizionamento dello stent è ben tollerato dal paziente e non provoca particolari fastidi.

Procreazione Medicalmente Assistita PMA

La Procreazione Medicalmente Assistita PMA comprende un insieme di tecniche che hanno l'obiettivo di aumentare le probabilità di incontro tra i gameti maschili (spermatozoi) e quelli femminili (ovociti), al fine di favorire il concepimento per coppie che non riescono ad avere figli in modo naturale. La scelta della procedura adatta dipende dalla causa di infertilità della coppia e dall’età della donna. Si segue un principio di gradualità, partendo dalle tecniche meno invasive, sia dal punto di vista tecnico che psicologico, per passare eventualmente a quelle più complesse, se necessario.Le tecniche di PMA sono sempre più utilizzate: in Italia nel 2020, come riportato nel 16° Rapporto del Registro Nazionale della Procreazione Medicalmente Assistita dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), 32.562 coppie sono state trattate con tecniche di PMA di II e III livello. Per approfondire i trattamenti di PMA omologa ed eterologa effettuati dal nostro centro, guarda i nostri video

Proctocolectomia

La proctocolectomia è un intervento chirurgico che consiste nella rimozione completa del colon e del retto, i due tratti terminali dell’intestino digerente. Tale operazione prevede ovviamente anche una fase di chirurgia ricostruttiva, in modo da ripristinare l’espulsione delle feci. Viene eseguita in anestesia generale e può durare diverse ore. La procedura chirurgica può essere eseguita in due diversi modalità: per via laparotomica o per via laparoscopica. Non si tratta di una distinzione esclusivamente tecnica, dal momento che la scelta del tipo di procedura ha conseguenze sull’invasività dell’intervento e sui tempi di recupero. Proctocolectomia a cielo aperto (o laparotomica). Si tratta della via più tradizionale e, oggigiorno, meno utilizzata, in quanto particolarmente invasiva. In questo caso, infatti, l’asportazione del colon e del retto viene portata a termine aprendo un’incisione di diversi centimetri nell’addome. Attraverso questa apertura i chirurghi operano direttamente sul tubo digerente. Proctocolectomia laparoscopica. A differenza della chirurgia laparotomica, l’approccio laparoscopico non prevede l’apertura di un’unica grande incisione, ma bensì la creazione di fori di più piccole dimensioni (sempre a livello dell’addome) attraverso cui i medici infilano i propri strumenti. L’intervento viene quindi portato a termine grazie all’ausilio di uno strumento ottico flessibile dotato di luce e telecamera. Grazie a questo dispositivo, che è collegato ad un monitor presente in sala operatoria, i chirurghi possono procedere alla rimozione degli organi. I chirurghi scelgono l’approccio migliore tenendo conto dello stato di salute del paziente, delle dimensioni del tratto di colon da asportare e delle caratteristiche della patologia che ha reso necessario l’intervento. In entrambi i casi, comunque, è necessario ricostruire la continuità intestinale per permette il transito e l’espulsione delle feci. In genere tale passaggio viene completato connettendo il tratto terminale dell’intestino tenue (ileo) all’ano. 

Prostatectomia radicale

La prostatectomia radicale è un intervento chirurgico che consiste nell’asportazione completa della prostata, ghiandola situata al di sotto della vescica che contribuisce alla produzione del liquido seminale. Nel corso della stessa operazione vengono rimosse anche le vescicole seminali (altre due ghiandole presenti esclusivamente nel corpo maschile) e, in alcuni casi, i linfonodi vicini. Infine, si unisce l’uretra alla vescica, ripristinando così la continuità delle vie urinarie. Nel corso degli anni le innovazioni tecnologiche e, più in generale, il progresso in campo medico hanno permesso di sviluppare diverse tecniche per portare a termine questa operazione. • Prostatectomia radicale a cielo aperto (o laparotomica). Si tratta della via più tradizionale e, oggigiorno, meno utilizzato, in quanto particolarmente invasiva. L’asportazione della prostata, infatti, viene portata a termine aprendo un’incisione di diversi centimetri nel basso addome, poco sotto l’ombelico. Attraverso questa apertura, infatti, i chirurghi operano direttamente sull’apparato genitale e riproduttivo maschile • Prostatectomia radicale laparoscopica. A differenza della chirurgia laparotomica, l’approccio laparoscopico non prevede l’apertura di un’unica grande incisione, ma bensì di “buchi” di più piccole dimensioni (sempre a livello dell’addome) attraverso cui i medici infilano i propri strumenti. L’intervento viene quindi portato a termine grazie all’ausilio di un endoscopio, uno strumento flessibile dotato di luce e telecamera. Grazie a questo dispositivo, che è collegato ad un monitor presente in sala operatoria, i chirurghi possono procedere alla rimozione della prostata e degli altri organi. • Prostatectomia radicala robotica. Questa tecnica segue lo stesso principio della procedura laparoscopica: gli strumenti, in altre parole, vengono sempre inseriti nel corpo del paziente attraverso piccole incisioni aperte sull’addome. A differenza di quest’ultima, tuttavia, l’operazione viene portata a termine grazie all’ausilio di bracci robotici, controllati dai chirurghi tramite un’apposita consolle, ed è quindi più precisa. • Prostatectomia radicale nerve sparing. “Nerve sparing” significa “risparmia nervi”. E infatti questo particolare approccio, che può essere eseguito sia con tecnica laparotomica che laparoscopica (e quindi anche robotica), risparmia i tessuti che contengono i nervi deputati all’erezione. I chirurghi scelgono l’approccio migliore tenendo conto dello stato di salute e delle esigenze del paziente. In ogni caso, la durata dell’operazione è molto variabile (dai 90 minuti fino a diverse ore) e l’intervento viene eseguita in regime di anestesia generale.

Pulizia chirurgica

L’intervento consiste nella rimozione, per quanto possibile, di un tessuto infetto, necrotico (e quindi morto) o ischemico (non irrorato dal sangue). Tale trattamento è spesso associato ad altre terapie, precedenti o successive all’operazione.

Radioembolizzazione (SIRT)

La radioembolizzazione è un trattamento a base di microsfere radioattive utilizzato per la cura dell’epatocarcinoma, il più frequente tumore primitivo del fegato. In sintesi, tali microsfere (che sono bio-compatibili e contengono Ittrio90, isotopo radioattivo in grado di emettere radiazioni beta) vengono rilasciate attraverso un catetere nell’arteria del fegato. Sfruttando il particolare afflusso epatico e l’ipervascolarizzazione del tessuto neoplastico, le microsfere vanno ad insediarsi prevalentemente nei capillari del carcinoma, distruggendolo grazie alla loro radioattività e minimizzando l’esposizione del fegato sano. L’iniezione viene effettuata in anestesia locale e il catetere viene inserito attraverso l’arteria femorale, in prossimità dell’inguine. Non sempre la radioembolizzazione è la terapia più indicata, e non tutti i pazienti affetti da epatocarcinoma possono accedere a questo trattamento. Per questo motivo la terapia è preceduta da un accurato studio clinico e diagnostico, che si compone sia di un consulto preliminare che di un primo ricovero finalizzato alla selezione dei pazienti da trattare. Il ricovero avviene presso le Unità Operative di Oncologia, di Medicina Interna o di Gastroenterologia e ha una durata indicativa di 2-4 giorni, necessari per eseguire gli esami del laboratorio, una Tac, un’angiografia epatica e una concomitante scintigrafia. Se il paziente è ritenuto idoneo al trattamento, viene convocato per il ricovero previsto nel reparto di radioterapia metabolica. Il tempo che può intercorrere tra il primo e il secondo ricovero è variabile da un minimo di 7-10 giorni ad un massimo di 30-35 giorni.

Radioterapia esterna

La radioterapia è un trattamento per la cura dei tumori che si basa sull’utilizzo di radiazioni ionizzanti ad alta energia. Tali radiazioni (nella maggior parte dei casi si tratta di raggi X) sono infatti in grado di danneggiare le cellule tumorali, impedendone la proliferazione, preservando o comunque limitando i danni ai tessuti sani. Nella radioterapia esterna, in particolare, i raggi vengono emessi da un apparecchio che si trova all’esterno del corpo del paziente, a differenza di quanto avviene con le tecniche di radioterapia interna (brachiterapia o somministrazione di liquido radioattivo). Esistono diversi dispositivi e tecniche radioterapiche, e spetta allo staff medico scegliere la metodologia più adatta per concentrare i raggi sulle cellule tumorali. È sempre il team multidisciplare a stabilire la durata e i dettagli della terapia, che può durare qualche giorno o anche alcune settimane. In genere si effettua una seduta quotidiana dal lunedì al venerdì, mentre il fine settimana viene lasciato di riposo per permettere alle cellule sane eventualmente danneggiate di ripararsi. Ogni seduta dura pochi minuti. Il procedimento in genere è indolore, ma talvolta il paziente può avvertire una sensazione di leggero fastidio nella zona irradiata dalle radiazioni. Inoltre la radioterapia provoca naturalmente qualche apprensione nei pazienti. Per questo motivo tutto lo staff del Policlinico di Sant’Orsola è a disposizione per rispondere a qualsiasi domanda.

Reimpianto di artroprotesi d’anca

Questo intervento consiste nella sostituzione di una o più componenti delle protesi d’anca precedentemente impiantate. Tale sostituzione si può rendere necessaria a causa dell’usura o di una rotture delle protesi, e viene solitamente eseguita in anestesia locale. L’ancoraggio delle nuove componenti può essere ottenuto sia con un cemento acrilico sia con tecniche senza cemento, e queste ultime vengono in genere preferite (ad eccezione di casi particolari e/o di pazienti molto anziani). La scelta, comunque, ricade sullo staff chirurgico, che nel prendere una decisione valuta l’età del paziente e le condizioni del suo scheletro.

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