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Trattamenti

Approfondisci alcune delle principali prestazioni terapeutiche del Policlinico

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Posizionamento e rimozione filtro cavale

I filtri cavali sono dispositivi meccanici formati da maglie metalliche che servono a impedire ad eventuali emboli provenienti dagli arti inferiori di raggiungere l’arteria polmonare. Tali strumenti vengono inseriti nella vena femorale o in quella giugulare interna e poi condotti con un catetere fino alla vena cava inferiore. Possono essere di tipo permanente o temporaneo. In quest’ultimo caso il filtro può essere rimosso quando non più necessario. La manovra è molto simile a quella del posizionamento, e prevede l’introduzione di un apposito catetere sempre attraverso la vena femorale o giugulare. Grazie alle indicazioni fornite dai raggi X, il catetere viene fatto avanzare fino a raggiungere il filtro cavale. A questo punto non resta che agganciare il dispositivo tramite un uncino e trainarlo fino all’esterno. Al termine della procedura si esegue una cavografia di controllo per escludere l’insorgenza di complicanze.

Posizionamento di sfintere artificiale

Lo sfintere artificiale è una vera e propria protesi che viene impiantata nei pazienti affetti da incontinenza urinaria. Tale strumento permette infatti di controllare il deflusso dell’urina, funzionando di fatto come uno sfintere a comando azionabile dall’esterno. Il dispositivo medico, in particolare, è costituito da tre componenti fondamentali: la cuffia di occlusione, che viene posizionata intorno all’uretra, la pompa, che viene invece collocata nello scroto, e il serbatoio, impiantato in prossimità della vescica. Tali componenti sono collegate tra loro da un sistema idraulico e permettono di tenere chiusa l’uretra a sino a quando il paziente non desidera andare in bagno, evitando così perdite urinarie. Per posizionare lo sfintere artificiale è necessario sottoporsi ad un apposito intervento, che prevede l’apertura di due incisioni cutanee di qualche centimetro, una a livello inguinale e una nello scroto. Attraverso tali incisione i chirurghi posizionano le tre componenti dello sfintere, collegando poi il tutto e mettendo in funzione il sistema. L’intera operazione richiede in genere una sessantina di minuti, e viene solitamente eseguita in anestesia loco regionale. In alcuni casi, tuttavia, le condizioni del paziente richiedono l’anestesia generale.

Posizionamento e sostituzione stent ureterale

Lo stent ureterale è un sottile catetere che viene introdotto nell’uretere per facilitare il passaggio dell’urina dal rene alla vescica. In sostanza si tratta di un tutore flessibile e morbido, che assomiglia ad un piccolo tubicino e che solitamente è realizzato in materiale plastico. Viene posizionato attraverso una procedura endoscopica, ossia risalendo attraverso l’uretra. Tale procedura si avvale dell’utilizzo di un cistoscopio, strumento flessibile dotato di luce e telecamera. Grazie a questo dispositivo medico, che è collegato ad un monitor presente in sala, il medico può guidare lo stent lungo l’uretra e la vescica, per poi posizionarlo nell’uretere. Il corretto posizionamento viene verificato grazie all’ausilio dei raggi X. Si tratta di un intervento ambulatoriale che dura dai 15 ai 20 minuti e viene eseguito in anestesia locale. In genere il posizionamento dello stent è ben tollerato dal paziente e non provoca particolari fastidi.

Procreazione Medicalmente Assistita PMA

La Procreazione Medicalmente Assistita PMA comprende un insieme di tecniche che hanno l'obiettivo di aumentare le probabilità di incontro tra i gameti maschili (spermatozoi) e quelli femminili (ovociti), al fine di favorire il concepimento per coppie che non riescono ad avere figli in modo naturale. La scelta della procedura adatta dipende dalla causa di infertilità della coppia e dall’età della donna. Si segue un principio di gradualità, partendo dalle tecniche meno invasive, sia dal punto di vista tecnico che psicologico, per passare eventualmente a quelle più complesse, se necessario.Le tecniche di PMA rappresentano oggi una componente sempre più rilevante dell'assistenza alla fertilità. Secondo gli ultimi dati del Registro Nazionale della Procreazione Medicalmente Assistita dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), nel 2022 in Italia sono state trattate 87.192 coppie, per un totale di 109.755 cicli di PMA, comprendenti tecniche di PMA di I, II e III livello. Per approfondire i trattamenti di PMA omologa ed eterologa effettuati dal nostro centro, guarda i nostri video

Proctocolectomia

La proctocolectomia è un intervento chirurgico che consiste nella rimozione completa del colon e del retto, i due tratti terminali dell’intestino digerente. Tale operazione prevede ovviamente anche una fase di chirurgia ricostruttiva, in modo da ripristinare l’espulsione delle feci. Viene eseguita in anestesia generale e può durare diverse ore. La procedura chirurgica può essere eseguita in due diversi modalità: per via laparotomica o per via laparoscopica. Non si tratta di una distinzione esclusivamente tecnica, dal momento che la scelta del tipo di procedura ha conseguenze sull’invasività dell’intervento e sui tempi di recupero. Proctocolectomia a cielo aperto (o laparotomica). Si tratta della via più tradizionale e, oggigiorno, meno utilizzata, in quanto particolarmente invasiva. In questo caso, infatti, l’asportazione del colon e del retto viene portata a termine aprendo un’incisione di diversi centimetri nell’addome. Attraverso questa apertura i chirurghi operano direttamente sul tubo digerente. Proctocolectomia laparoscopica. A differenza della chirurgia laparotomica, l’approccio laparoscopico non prevede l’apertura di un’unica grande incisione, ma bensì la creazione di fori di più piccole dimensioni (sempre a livello dell’addome) attraverso cui i medici infilano i propri strumenti. L’intervento viene quindi portato a termine grazie all’ausilio di uno strumento ottico flessibile dotato di luce e telecamera. Grazie a questo dispositivo, che è collegato ad un monitor presente in sala operatoria, i chirurghi possono procedere alla rimozione degli organi. I chirurghi scelgono l’approccio migliore tenendo conto dello stato di salute del paziente, delle dimensioni del tratto di colon da asportare e delle caratteristiche della patologia che ha reso necessario l’intervento. In entrambi i casi, comunque, è necessario ricostruire la continuità intestinale per permette il transito e l’espulsione delle feci. In genere tale passaggio viene completato connettendo il tratto terminale dell’intestino tenue (ileo) all’ano. 

Prostatectomia radicale robotica (RARP)

La prostatectomia radicale robotica (RARP) è un intervento chirurgico robot‑assistito che prevede l’asportazione completa della prostata, delle vescicole seminali e, quando necessario, dei linfonodi pelvici. La piattaforma robotica consente al chirurgo di operare con una visione tridimensionale ad alta definizione e con strumenti che permettono movimenti estremamente precisi, riducendo l’invasività e favorendo un recupero più rapido rispetto alla chirurgia tradizionale.Quando le condizioni oncologiche lo permettono, è possibile eseguire una procedura di nerve‑sparing, che consiste nella preservazione dei fasci neurovascolari responsabili della funzione erettile. Questa tecnica rappresenta un elemento fondamentale della chirurgia moderna, perché consente, quando appropriato, di mantenere una buona qualità di vita sessuale dopo l’intervento.In alcuni casi, tuttavia, la tecnica robotica non può essere utilizzata. Questo può essere stabilito prima dell’intervento, sulla base di caratteristiche anatomiche o oncologiche, oppure può rendersi necessario durante la procedura, qualora il chirurgo ritenga che proseguire in robotica non sia la scelta più sicura. In queste circostanze si passa alla conversione a chirurgia laparotomica (open), una decisione che rientra nelle normali possibilità tecniche dell’intervento e che viene adottata per garantire la massima sicurezza del paziente.

Pulizia chirurgica

L’intervento consiste nella rimozione, per quanto possibile, di un tessuto infetto, necrotico (e quindi morto) o ischemico (non irrorato dal sangue). Tale trattamento è spesso associato ad altre terapie, precedenti o successive all’operazione.

Radioembolizzazione (SIRT)

La radioembolizzazione è un trattamento a base di microsfere radioattive utilizzato per la cura dell’epatocarcinoma, il più frequente tumore primitivo del fegato. In sintesi, tali microsfere (che sono bio-compatibili e contengono Ittrio90, isotopo radioattivo in grado di emettere radiazioni beta) vengono rilasciate attraverso un catetere nell’arteria del fegato. Sfruttando il particolare afflusso epatico e l’ipervascolarizzazione del tessuto neoplastico, le microsfere vanno ad insediarsi prevalentemente nei capillari del carcinoma, distruggendolo grazie alla loro radioattività e minimizzando l’esposizione del fegato sano. L’iniezione viene effettuata in anestesia locale e il catetere viene inserito attraverso l’arteria femorale, in prossimità dell’inguine. Non sempre la radioembolizzazione è la terapia più indicata, e non tutti i pazienti affetti da epatocarcinoma possono accedere a questo trattamento. Per questo motivo la terapia è preceduta da un accurato studio clinico e diagnostico, che si compone sia di un consulto preliminare che di un primo ricovero finalizzato alla selezione dei pazienti da trattare. Il ricovero avviene presso le Unità Operative di Oncologia, di Medicina Interna o di Gastroenterologia e ha una durata indicativa di 2-4 giorni, necessari per eseguire gli esami del laboratorio, una Tac, un’angiografia epatica e una concomitante scintigrafia. Se il paziente è ritenuto idoneo al trattamento, viene convocato per il ricovero previsto nel reparto di radioterapia metabolica. Il tempo che può intercorrere tra il primo e il secondo ricovero è variabile da un minimo di 7-10 giorni ad un massimo di 30-35 giorni.

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