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Trattamenti

Approfondisci alcune delle principali prestazioni terapeutiche del Policlinico

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Brachiterapia

La brachiterapia è un particolare tipo di radioterapia interna, cioè un trattamento impiegato per la cura dei tumori che prevede il posizionamento di piccole sonde radioattive direttamente all’interno del corpo del paziente. Esistono diverse versioni di questo particolare approccio curativo, a seconda delle condizioni generali di salute del paziente e delle caratteristiche del tumore (localizzazione, dimensione e stadio di avanzamento). Le sonde, infatti, possono essere molto diverse tra loro. In genere le radiazioni vengono generate da barre di metallo dalla forma cilindrica o a palloncino, grandi quanto un chicco di riso. In base alle esigenze, tali sonde vengono inserite per via vaginale, calate lungo la trachea oppure impiantate all’interno dell’organo colpito dal tumore. In quest’ultimo caso i medici si avvalgono dell’ausilio di aghi particolari per posizionare il dispositivo, e l’intervento viene eseguito in anestesia spinale o generale e sotto guida ecografica. I trattamenti di brachiterapia si differenziano anche in base alla durata. In alcuni casi, infatti, le sessioni sono particolarmente brevi (da alcuni minuti a mezz’ora), non richiedono il ricovero e vengono ripetute nel corso della settimana. In altri, invece, le radiazioni agiscono lentamente e la singola sessione può durare da alcune ore a diversi giorni, durante i quali al paziente viene assegnata una stanza privata in ospedale. In altri ancora, infine, il trattamento è permanente: le sonde (spesso più di una) vengono collocate nell’organo interessato dal tumore e lì rimangono a tempo indeterminato.

Capsulotomia Yag - Laser per cataratta secondaria

Si tratta di un’operazione non invasiva e indolore per eliminare la cosiddetta cataratta secondaria. L’intervento dura solo pochi secondi e solitamente viene eseguito in regime ambulatoriale. Dopo che l’occhio del paziente viene anestetizzato con un collirio, infatti, si interviene con un laser YAG. Grazie a questa tecnologia, in grado di praticare incisioni anche piccolissime, viene aperta una piccolissima apertura nella capsula del cristallino in modo da ripristinare il normale asse visivo.

Chemioembolizzazione

Si tratta di una procedura medica che permette la somministrazione di farmaci chemioterapici direttamente all’interno di un tumore. Tale somministrazione viene eseguita per mezzo di un catetere, introdotto attraverso un’arteria (abitualmente l’arteria femorale a livello dell’inguine o l’arteria omerale a livello del braccio) e guidato delicatamente fino al punto d’intesse. Una volta controllato il suo corretto posizionamento grazie ai raggi X si procede ad iniettare il mezzo di contrasto che permette di acquisire le immagini necessarie a valutare il numero e la sede delle lesioni neoplastiche da trattare e i vasi ad esse afferenti. Successivamente, attraverso lo stesso catetere vengono iniettate l esostanze necessarie per trattare il tumore (farmaco chemioterapico e sostanze embolizzanti).

Chemioterapia

Comunemente con il termine “chemioterapia” si indica la chemioterapia antineoplastica, un trattamento farmacologico indicato per la cura dei tumori. Tale trattamento consiste nella somministrazione di una o più molecole, combinate in modo da ottenere la massica efficacia e, al tempo stesso, limitare i danni collaterali. Le modalità di somministrazione si differenziano da paziente a paziente, e vengono stabilite dall’equipe medica in base alle sue condizioni di salute e alle caratteristiche del tumore. La chemioterapia si basa sulla capacità delle cellule tumorali di replicarsi molto più velocemente rispetto alle cellule dei tessuti sani. Le sostanze utilizzate, infatti, portano alla necrosi (morte) delle cellule durante il processo di riproduzione e sono perciò tanto più efficaci quanto è più rapida la crescita del tumore. Proprio questa azione, che viene definita “citossica”, è tuttavia responsabile anche degli effetti collaterali del trattamento. La chemioterapia, infatti, può colpire anche le cellule sane caratterizzate da rapida moltiplicazione, come quelle dei bulbi piliferi, del sangue, della pelle e delle mucose che rivestono le pareti interne dell’apparato digerente. Proprio per questo motivo, il trattamento può essere caratterizzato da diversi effetti collaterali (perdita di capelli, vomito, diarrea, infezioni, anemia e calo delle difese immunitarie, per citare i più comuni). Le sostanze che possono essere somministrate sono diverse: attualmente la ricerca medica ha individuato oltre un migliaio di farmaci, i quali possono essere assunti singolarmente o in combinazione a seconda delle esigenze. Il piano di cura solitamente prevede più cicli. Le cellule, infatti, non si replicano tutte nello stesso momento, e di conseguenza non è sufficiente somministrare i farmaci un’unica volta. Al contrario, è necessario prevedere più sedute, intervallate da alcuni giorni o settimane di attesa. In genere si effettuano dai tre agli otto cicli in un periodo compreso tra tre e sei mesi. Solitamente le sostanze vengono somministrate per via orale o iniettate per via endovenosa. In alcuni casi, comunque, la chemioterapia può anche prevedere iniezioni intratecale (cioè nel fluido cerebrospinale della colonna vertebrale), intramuscolari (nella coscia o nei glutei) e sottocutanee. Spesso, soprattutto nel caso della terapia per via orale, i farmaci possono essere assunti direttamente a domicilio, attenendosi scrupolosamente alle indicazioni dei medici, mentre a volte è necessario recarsi in ospedale: in quest’ultimo caso la somministrazione avviene in regime ambulatoriale, e quindi non richiede un ricovero. In entrambi i casi, comunque, aspetti come l’evoluzione del tumore e l’impatto della terapia sull’organismo devono essere attentamente valutati attraverso una serie di esami di controllo. In base ai risultati di questi esami la combinazione di farmaci e le tempistiche dei cicli possono subire dei cambiamenti in corso d’opera.

Chirurgia dell'epilessia

La chirurgia dell’epilessia è un trattamento neurochirurgico utilizzato per ridurre o eliminare le crisi epilettiche in soggetti selezionati. Soltanto alcuni pazienti interessati da epilessia focale e farmacoresistente, infatti, sono candidabili per questa possibilità terapeutica.  Il termine include in realtà diverse tipologie di intervento:  Resezione focale. Operazione che prevede l’asportazione chirurgica della zona epilettogena, ossia dell’area del cervello dove si sviluppa la crisi epilettica.  Disconnessione. Procedura che consente di interrompere le connessioni della zona epilettogena con le restanti aree cerebrali, in modo da impedire la diffusione dell’attività epilettica. Neuromodulazione. Questa tipologia di interventi si concentra sul contenimento della frequenza e dell’intensità delle crisi epilettiche agendo sulla riduzione dell’eccitabilità della corteccia cerebrale. La stimolazione del nervo vago (procedura che prevede l’impianto di un dispositivo simile a un pacemaker, in grado di stimolare il nervo vago) rappresenta un esempio di intervento di neuromodulazione.  In genere l’intervento viene realizzato in regime di anestesia generale. Tecniche e modalità dell’esecuzione chirurgica dipendono ovviamente dalla procedura: in termini generali, i neurochirurghi possono operare attraverso una piccola apertura sul cranio oppure per via endoscopica.  

Chiusura chirurgica del dotto arterioso di Botallo

Lo scopo di quest’operazione è la chiusura del dotto arterioso di Botallo, piccolo vaso che nel feto permette il ricircolo del sangue ossigenato e che dopo il parto si chiude spontaneamente. Quando ciò non avviene bisogna intervenire con una serie di terapie, che possono comprendere anche la chiusura chirurgica. L’intervento consiste nel legare e sezionare il dotto di Botallo. Non si tratta di un’operazione a cuore aperto e pertanto non necessita di circolazione extracorporea.

Chiusura transcatetere del dotto arterioso di Botallo

Si tratta di una procedura che viene effettuata per mezzo di cateteri con lo scopo di chiudere il dotto arterioso di Botallo, piccolo vaso che nel feto permette il ricircolo del sangue ossigenato ma che dopo il parto risulta inutile e dannoso. Normalmente il dotto si chiude spontaneamente nelle ore successive al parto, ma quando ciò non avviene bisogna intervenire. La procedura transcatetere viene spesso preferita all’operazione chirurgico per la sua efficacia e perché molto meno invasiva. Questo tipo di intervento, infatti, prevede di chiudere il dotto per mezzo di dispositivi che vengono posizionati e rilasciati attraverso dei cateteri. Nella maggior parte dei casi si tratta di spirali che, una volta collocate nel punto prescelto, facilitano la formazione di un coagulo di sangue e l’ostruzione del dotto arterioso.

Circoncisione

La circoncisione è una pratica chirurgica che consiste nella rimozione completa del prepuzio, il lembo di pelle che ricopre il glande. Si tratta di un intervento comune soprattutto nei primi giorni di vita del neonato, ma può essere eseguito anche sui pazienti adulti in caso di esigenza. La procedura è piuttosto semplice e viene eseguita in regime di anestesia loco-regionale (anche se a volte viene preferita l’anestesia generale). Una volta che il paziente è sedato, i chirurghi rimuovono il prepuzio tramite laser o bisturi, e in genere l’operazione dura una quarantina di minuti. Al termine dell’intervento il pene del paziente viene quindi trattato con un’apposita pomata e coperto con una garza.

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