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Crioconservazione degli ovociti

La crioconservazione degli ovociti è una tecnica che consiste nel congelamento degli ovociti per preservarne la possibilità di utilizzo futuro. Questo trattamento è particolarmente utile per le donne che affrontano trattamenti medici che potrebbero compromettere la loro capacità di concepire, come la chemioterapia o la radioterapia (preservazione della fertilità). Procedura: Stimolazione ovarica controllata La procedura inizia con la stimolazione ovarica, durante la quale la donna si autosomministra per via sottocutanea farmaci ormonali (gonadotropine) per stimolare le ovaie a produrre più ovociti. L’obiettivo è raccogliere un numero sufficiente di ovociti maturi per garantire una buona percentuale di successo durante la fecondazione. La stimolazione dura generalmente circa 10-14 giorni, durante i quali la donna viene monitorata mediante ecografie seriate e analisi ormonali (dosaggio dell’estradiolo nel sangue) per valutare la risposta ovarica. Pick-up ovocitario (agoaspirazione follicolare ecoguidata per via transvaginale) Intervento chirurgico poco invasivo che prevede l’inserimento di un ago che attraversoa la parete vaginale e raggiunge i follicoli ovarici, da cui viene aspirato il liquido follicolare contenente gli ovociti. Congelamento degli ovociti Gli ovociti raccolti vengono esaminati in laboratorio per verificarne la qualità. Successivamente, se idonei, vengono congelati a temperatura estremamente bassa, utilizzando una procedura chiamata vitrificazione. La vitrificazione permette di congelare rapidamente gli ovociti, evitando la formazione di cristalli di ghiaccio che potrebbero danneggiarli. Conservazione a lungo termine Gli ovociti congelati vengono conservati in azoto liquido a temperature molto basse (-196°C), in speciali contenitori criogenici, per un periodo di tempo indefinito. Possono essere conservati per anni, permettendo alla donna di utilizzare gli ovociti congelati in un momento futuro per cercare di ottenere una gravidanza.

Crioconservazione di tessuto ovarico

La crioconservazione di tessuto ovarico offre importanti prospettive per preservare la funzione endocrina dell’ovaio (produzione di ormoni) e la funzione riproduttiva (produzione di ovociti) di bambine e giovani donne affette da patologie oncologiche che devono sottoporsi a chemioterapia e/o radioterapia. La crioconservazione di tessuto ovarico consente di recuperare un elevato numero di follicoli (che contengono ovociti). Vantaggi: può essere effettuata in qualsiasi momento del ciclo mestruale, evitando ritardi nell'inizio delle terapie; risulta particolarmente indicata nelle pazienti affette da tumori ormono-sensibili e nelle pazienti prepuberi in cui non è possibile eseguire altra procedura per preservare la funzione ovarica Il tessuto ovarico, di una o di entrambe le ovaie, viene prelevato mediante biopsia per via laparoscopica, prima dell'inizio delle terapie antitumorali e viene crioconservato in azoto liquido. Alla remissione della malattia, il tessuto ovarico viene scongelato e può essere reimpiantato nella paziente, sull’ovaio, dove è stato effettuato il prelievo (reimpianto ortotopico), permettendo il ripristino della funzione ormonale/riproduttiva, la ripresa del ciclo mestruale e il concepimento naturale oppure può essere reimpiantato in siti molto vascolarizzati, come il sottocute dell'addome (reimpianto eterotopico), permettendo il ripristino della funzione ormonale ovarica. Entrambe le modalità di reimpianto consentono l'induzione della pubertà nelle bambine. La percentuale di ripresa della funzionalità ovarica dopo reimpianto ortotopico ed eterotopico è del 90-100% e la percentuale di bambini nati nel mondo è intorno al 40%.

Decompressione del nervo mediano

Si tratta di una delle procedure chirurgiche più utilizzate per il trattamento della sindrome del tunnel carpale. L’operazione prevede infatti la sezione del legamento carpale (situato a livello del polso), un risultato che può essere ottenuto sia con la tecnica a cielo aperto (ossia con un’incisione di diverse centimetri che di fatto “apre” la pelle) sia in artroscopia (ovvero attraverso un’incisione di pochi centimetri). Entrambe le modalità d’intervento vengono eseguite in anestesia locale e durano all’incirca una ventina di minuti

Denervazione renale

La denervazione renale è una terapia per la cura dell’ipertensione arteriosa “maligna”, ossia resistente ai farmaci. In sostanza, tale trattamento ha l’obiettivo di interrompere la trasmissione di impulsi nervosi da e verso i reni spegnendo le fibre nervose renali del sistema simpatico. La procedura, che viene eseguita in regime di sedazione profonda e dura circa un’ora, prevede l’utilizzo di un apposito dispositivo medico che eroga energia a radiofrequenza a basso livello. Tale dispositivo, che consiste in un catetere dotato di un elettrodo sulla punta, viene inserito attraverso l’arteria femorale e fatto scorrere attraverso le vie sanguigne fino all’arteria renale. Una volta posizionato correttamente (grazie all’aiuto dei raggi X) si effettuano diversi trattamenti locali con emissione di radiofrequenze che generano calore e consentono di interrompere la trasmissione di impulsi nervosi.

Dialisi Peritoneale

La dialisi peritoneale è una terapia sostitutiva che depura il sangue nei pazienti con insufficienza renale, rimuovendo liquidi e prodotti di scarto dall’organismo quando i reni non sono più in grado di svolgere questa funzione. Si tratta dunque di un trattamento depurativo basato sull’utilizzo di una soluzione dializzante (un liquido sterile che viene introdotto nella cavità addominale attraverso un catetere permanente) e del peritoneo, membrana naturale che riveste la cavità addominale e che viene sfruttata come “filtro biologico”. La dialisi peritoneale rappresenta una terapia continuativa e può essere gestita dal paziente stesso o da un caregiver, anche a domicilio: in questo senso, garantisce maggiore autonomia rispetto all’emodialisi.  Il peritoneo è infatti una membrana ricca di piccoli vasi sanguigni che permettono lo scambio di sostanza tra il sangue e la soluzione dializzante, che a sua volta ha una composizione e un’osmolarità (concentrazione di particelle disciolte nel liquido) specifica. Tali caratteristiche favoriscono il passaggio di sostanze di scarto e di liquidi in eccesso dal sangue verso la soluzione stessa. In pratica, sostanze come urea, creatinina e altri prodotti di scarto, insieme all’acqua in eccesso, attraversano la membrana del peritoneo per raggiungere la soluzione dializzante, che le raccoglie. Dopo un periodo di permanenza, chiamato tempo di stasi addominale, la soluzione, ora carica di scarti e liquidi, viene drenata fuori dal corpo e sostituita con nuova soluzione pulita.  La dialisi peritoneale può essere eseguita in due modalità principali, che si differenziano per la modalità e i tempi di trattamento. Dialisi Peritoneale Continua Ambulatoriale (CAPD): prevede che il paziente esegua manualmente da 3 a 5 scambi di liquido dializzante al giorno, ognuno della durata di circa 30-40 minuti, senza l’ausilio di macchinari. Questa modalità consente di svolgere le procedure in modo autonomo durante la giornata, adattandosi alla routine del paziente Dialisi Peritoneale Automatizzata (APD): viene svolta principalmente durante la notte. In questo caso, una macchina automatica esegue più cicli di scambio mentre il paziente dorme, per una durata complessiva di circa 8-10 ore. Questo tipo di trattamento permette al paziente di trascorrere le ore diurne con maggiore libertà e senza dover effettuare manualmente gli scambi. In entrambi i casi, il trattamento richiede necessariamente il posizionamento di un catetere peritoneale, tubicino morbido e sottile che viene inserito nella cavità addominale tramite un piccolo intervento chirurgico. È proprio attraverso questo catetere, infatti, che viene introdotta e successivamente drenata in modo sicuro e controllato la soluzione dializzate. L’intervento per l’inserimento del catetere viene generalmente eseguito in anestesia locale o, in alcuni casi, con leggera sedazione. Il chirurgo pratica una piccola incisione nella parete addominale, attraverso cui inserisce il catetere, posizionandolo nello spazio peritoneale, cioè la cavità tra gli organi interni e la membrana peritoneale. Il catetere è dotato di un’estremità interna che rimane nella cavità addominale e un’estremità esterna che rimane fuori dal corpo, fissata alla pelle per consentire il collegamento con la soluzione dializzante. Dopo l’intervento, è importante un breve periodo di guarigione per permettere al catetere di stabilizzarsi e ridurre il rischio di infezioni. 

Dissezione ascellare linfonodale

La dissezione ascellare linfonodale (anche chiamata “linfadenectomia ascellare” o “svuotamento del cavo ascellare”) è un intervento chirurgico che consiste nell’asportazione dei linfonodi situati nell’ascella. Viene eseguita principalmente nell’ambito del trattamento del carcinoma ascellare, soprattutto quando la biopsia del linfonodo sentinella indica la presenza di cellule tumorali.  L’operazione viene portata a termine in regime di anestesia generale. 

Drenaggio percutaneo

Si tratta di una procedura medica che prevede il posizionamento, sotto guida ecografica o Tac, di drenaggi di diverso diametro all’interno di versamenti fluidi o raccolte che possono formarsi in qualsiasi distretto corporeo. Dopo aver localizzato la raccolta o il versamento mediante una Tac o un’ecografia, viene scelto il punto cutaneo più idoneo attraverso cui posizionare il drenaggio: in tale punto viene iniettato l’anestetico locale. Il drenaggio può essere eseguito mediante tre tecniche diverse (diretta, “tandem” e “Seldinger”). Come regola generale, in ogni caso, va tenuto conto che l’aspirazione di solito precede il posizionamento del catetere al fine di valutare il contenuto della raccolta e scegliere di conseguenza il drenaggio più adatto. Nonostante l’anestesia locale, durante la procedura si può avvertire dolore, dovuto all’avanzamento in sede profonda del catetere di drenaggio. Una sensazione di fastidio può persistere per alcune ore o giorni, e in genere si manifesta sotto forma di dolori di entità lieve o moderata controllabili con l’assunzione di antidolorifici.

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