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Trattamenti

Approfondisci alcune delle principali prestazioni terapeutiche del Policlinico

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Denervazione renale

La denervazione renale è una terapia per la cura dell’ipertensione arteriosa “maligna”, ossia resistente ai farmaci. In sostanza, tale trattamento ha l’obiettivo di interrompere la trasmissione di impulsi nervosi da e verso i reni spegnendo le fibre nervose renali del sistema simpatico. La procedura, che viene eseguita in regime di sedazione profonda e dura circa un’ora, prevede l’utilizzo di un apposito dispositivo medico che eroga energia a radiofrequenza a basso livello. Tale dispositivo, che consiste in un catetere dotato di un elettrodo sulla punta, viene inserito attraverso l’arteria femorale e fatto scorrere attraverso le vie sanguigne fino all’arteria renale. Una volta posizionato correttamente (grazie all’aiuto dei raggi X) si effettuano diversi trattamenti locali con emissione di radiofrequenze che generano calore e consentono di interrompere la trasmissione di impulsi nervosi.

Dialisi Peritoneale

La dialisi peritoneale è una terapia sostitutiva che depura il sangue nei pazienti con insufficienza renale, rimuovendo liquidi e prodotti di scarto dall’organismo quando i reni non sono più in grado di svolgere questa funzione. Si tratta dunque di un trattamento depurativo basato sull’utilizzo di una soluzione dializzante (un liquido sterile che viene introdotto nella cavità addominale attraverso un catetere permanente) e del peritoneo, membrana naturale che riveste la cavità addominale e che viene sfruttata come “filtro biologico”. La dialisi peritoneale rappresenta una terapia continuativa e può essere gestita dal paziente stesso o da un caregiver, anche a domicilio: in questo senso, garantisce maggiore autonomia rispetto all’emodialisi.  Il peritoneo è infatti una membrana ricca di piccoli vasi sanguigni che permettono lo scambio di sostanza tra il sangue e la soluzione dializzante, che a sua volta ha una composizione e un’osmolarità (concentrazione di particelle disciolte nel liquido) specifica. Tali caratteristiche favoriscono il passaggio di sostanze di scarto e di liquidi in eccesso dal sangue verso la soluzione stessa. In pratica, sostanze come urea, creatinina e altri prodotti di scarto, insieme all’acqua in eccesso, attraversano la membrana del peritoneo per raggiungere la soluzione dializzante, che le raccoglie. Dopo un periodo di permanenza, chiamato tempo di stasi addominale, la soluzione, ora carica di scarti e liquidi, viene drenata fuori dal corpo e sostituita con nuova soluzione pulita.  La dialisi peritoneale può essere eseguita in due modalità principali, che si differenziano per la modalità e i tempi di trattamento. Dialisi Peritoneale Continua Ambulatoriale (CAPD): prevede che il paziente esegua manualmente da 3 a 5 scambi di liquido dializzante al giorno, ognuno della durata di circa 30-40 minuti, senza l’ausilio di macchinari. Questa modalità consente di svolgere le procedure in modo autonomo durante la giornata, adattandosi alla routine del paziente Dialisi Peritoneale Automatizzata (APD): viene svolta principalmente durante la notte. In questo caso, una macchina automatica esegue più cicli di scambio mentre il paziente dorme, per una durata complessiva di circa 8-10 ore. Questo tipo di trattamento permette al paziente di trascorrere le ore diurne con maggiore libertà e senza dover effettuare manualmente gli scambi. In entrambi i casi, il trattamento richiede necessariamente il posizionamento di un catetere peritoneale, tubicino morbido e sottile che viene inserito nella cavità addominale tramite un piccolo intervento chirurgico. È proprio attraverso questo catetere, infatti, che viene introdotta e successivamente drenata in modo sicuro e controllato la soluzione dializzate. L’intervento per l’inserimento del catetere viene generalmente eseguito in anestesia locale o, in alcuni casi, con leggera sedazione. Il chirurgo pratica una piccola incisione nella parete addominale, attraverso cui inserisce il catetere, posizionandolo nello spazio peritoneale, cioè la cavità tra gli organi interni e la membrana peritoneale. Il catetere è dotato di un’estremità interna che rimane nella cavità addominale e un’estremità esterna che rimane fuori dal corpo, fissata alla pelle per consentire il collegamento con la soluzione dializzante. Dopo l’intervento, è importante un breve periodo di guarigione per permettere al catetere di stabilizzarsi e ridurre il rischio di infezioni. 

Dissezione ascellare linfonodale

La dissezione ascellare linfonodale (anche chiamata “linfadenectomia ascellare” o “svuotamento del cavo ascellare”) è un intervento chirurgico che consiste nell’asportazione dei linfonodi situati nell’ascella. Viene eseguita principalmente nell’ambito del trattamento del carcinoma ascellare, soprattutto quando la biopsia del linfonodo sentinella indica la presenza di cellule tumorali.  L’operazione viene portata a termine in regime di anestesia generale. 

Drenaggio percutaneo

Si tratta di una procedura medica che prevede il posizionamento, sotto guida ecografica o Tac, di drenaggi di diverso diametro all’interno di versamenti fluidi o raccolte che possono formarsi in qualsiasi distretto corporeo. Dopo aver localizzato la raccolta o il versamento mediante una Tac o un’ecografia, viene scelto il punto cutaneo più idoneo attraverso cui posizionare il drenaggio: in tale punto viene iniettato l’anestetico locale. Il drenaggio può essere eseguito mediante tre tecniche diverse (diretta, “tandem” e “Seldinger”). Come regola generale, in ogni caso, va tenuto conto che l’aspirazione di solito precede il posizionamento del catetere al fine di valutare il contenuto della raccolta e scegliere di conseguenza il drenaggio più adatto. Nonostante l’anestesia locale, durante la procedura si può avvertire dolore, dovuto all’avanzamento in sede profonda del catetere di drenaggio. Una sensazione di fastidio può persistere per alcune ore o giorni, e in genere si manifesta sotto forma di dolori di entità lieve o moderata controllabili con l’assunzione di antidolorifici.

Elettrochemioterapia

L'elettrochemioterapia è una terapia che unisce la somministrazione di basse dosi di farmaci chemioterapici effettuata attraverso iniezioni endovenose o all'interno del tumore, con l'applicazione di impulsi elettrici ad alta intensità. Questi impulsi elettrici, mediante un processo chiamato elettroporazione, aumentano la concentrazione locale del farmaco, migliorando così l'efficacia del trattamento È una particolare trattamento per la cura dei tumori che utilizza gli impulsi elettrici per aumentare l’efficacia dei farmaci chemioterapici. Tali farmaci, infatti, uccidono le cellule tumorali penetrando al loro interno durante il processo di riproduzione cellulare. L’elettrochemioterapia utilizza gli impulsi elettrici proprio per velocizzare questo passaggio. Quando una cellula viene esposta ad un campo elettrico, infatti, la sua membrana subisce una modifica, che permette alle sostanze chemioterapiche di penetrare molto più rapidamente al suo interno. In altre parole, i farmaci incontrano meno “resistenza” da parte delle cellule tumorali e vengono quindi assorbiti meglio dalla lesione cancerosa. Sfruttando tali vantaggi, l’elettrochemioterapia impiega solitamente una dose molto più bassa di farmaci rispetto al trattamento normale. La somministrazione del farmaco chemioterapico avviene per via orale o endovenosa, mentre gli impulsi elettrici sono generati da un elettrodo applicato direttamente sulle cellule tumorali.In genere la procedura viene eseguita in regime di Day Hospital, può prevedere anestesia generale, locale o sedazione profonda e non è dolorosa, anche se la soglia di tolleranza varia da paziente a paziente. La durata dell’intervento è variabile in base al numero e alla sede delle lesioni trattate. 

Embolizzazione

L’embolizzazione è un trattamento mini-invasivo che viene praticato per limitare o bloccare il flusso sanguigno nei vasi anomali. La procedura prevede l’utilizzo di un catetere flessibile, che deve essere inserito per via percutanea (solitamente il punto di accesso è localizzato in una vena del braccio o dell’inguine) e poi guidato delicatamente fino al vaso sanguigno danneggiato. Una volta raggiunto il punto da trattare, viene quindi iniettato un materiale embolizzante in modo da bloccare il flusso del vaso colpito. L’intervento, che di solito richiede l’ausilio di strumenti di imaging e a raggi X (e che quindi può prevedere l’iniezione di un mezzo di contrasto), si conclude infine con la rimozione del catetere.

Emi-tiroidectomia

L’emi-tiroidectomia è un intervento chirurgico che consiste nella rimozione di una parte della tiroide, solitamente malata. Questa piccola ghiandola endocrina, situata nel collo e responsabile della produzione di diversi ormoni importanti per il metabolismo corporeo, è infatti formata da due due lobi a forma di cono, collegati tra loro da una sottile porzione di tessuto (detta istmo). L’emi-tiroidectomia prevede l’asportazione di uno dei due lobi e dell’istmo. L’operazione viene eseguita in regime di anestesia generale, dura all’incirca un’ora e comporta l’apertura di un’incisione di qualche centimetro alla base del collo. Attraverso tale incisione i chirurghi rimuovono i tessuti tiroidei malati, preservando il nero laringeo (una struttura importante per la voce e la deglutizione) e le paratiroidi, ghiandole che influiscono sulla regolazione del livello di calcio. Negli ultimi anni, inoltre, l’operazione viene eseguita prestando sempre maggior attenzione alle conseguenze estetiche, cercando di limitare il più possibile la visibilità della cicatrice.

Emodialisi

L’emodialisi è una terapia sostitutiva che depura il sangue nei pazienti con insufficienza renale, rimuovendo liquidi in eccesso e prodotti di scarto dell’organismo quando i reni non sono in grado di svolgere questa funzione.  Si tratta di un trattamento depurativo extracorporeo: il sangue viene prelevato dal corpo, fatto passare in una macchina chiamata dializzatore che svolge la funzione di rene artificiale, e poi restituito depurato al paziente. All’interno del dializzatore, il sangue passa attraverso una membrana semi-permeabile, che consente il passaggio selettivo delle sostanze: i prodotti di scarto e i liquidi in eccesso vengono così rimossi, mentre le componenti utili del sangue vengono trattenute. Questo processo avviene grazie all’azione del liquido di dialisi, una soluzione sterile con una composizione simile a quella del plasma, che scorre al di fuori delle membrane favorendo lo scambio di sostanze.  La procedura viene eseguita in ospedale con il supporto di personale sanitario e dura circa quattro ore.  Prima di iniziare le sedute di trattamento, deve essere realizzato un accesso vascolare. La fistola artero-venosa è la prima scelta per l’accesso vascolare in emodialisi: si crea chirurgicamente un collegamento diretto tra un’arteria e una vena, solitamente al braccio, permettendo un flusso sanguigno più rapido e robusto. Questo accesso è il più duraturo e offre un minor rischio di complicazioni, ma richiede alcune settimane per maturare prima di poter essere utilizzato. Altre opzioni sono il graft, una soluzione artificiale utilizzata quando le vene non sono idonee, e il catetere venoso centrale, impiegato soprattutto come soluzione temporanea. Durante il trattamento il paziente è collegato al dializzatore attraverso due aghi inseriti nell’accesso vascolare. La seduta di emodialisi si effettua generalmente tre volte a settimana (come detto, dura circa quattro ore), durante le quali il paziente può leggere, riposare o guardare la TV. Il personale sanitario monitora costantemente i parametri vitali per prevenire effetti indesiderati come cali di pressione o crampi. A fine seduta, gli aghi vengono rimossi e il paziente può tornare alle sue attività quotidiane.

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