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Trattamenti

Approfondisci alcune delle principali prestazioni terapeutiche del Policlinico

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Terapia con rituximab

Nell’ultimo decennio in Italia è stato approvato l’utilizzo del farmaco biologico anti-CD20 rituximab in pazienti affetti da pemfigo con malattia grave e refrattaria alle terapie convenzionali. In casi particolari può essere utilizzato anche in altre patologie bollose autoimmuni resistenti alle terapie finora approvate.

Terapia degli ipertiroidismi

Per la cura dell’ipertiroidismo sono disponibili tre alternative: la terapia farmacologica, il trattamento chirurgico e la terapia radiometabolica con Iodio-131. La terapia farmacologica in genere viene praticata per un periodo di tempo variabile da 6 a 12 mesi. Se al termine del trattamento viene rilevata un’impennata degli ormoni tiroidei (ossia, una recidiva), tale approccio deve tuttavia essere considerato non efficace. La terapia chirurgica, che consiste nell’asportazione chirurgica della ghiandola tiroidea, viene solitamente riservata ai pazienti che presentano un gozzo con noduli abbastanza voluminosi e iperfunzionanti. La terapia radiometabolica con Iodio-131, infine, ha un ruolo fondamentale nella cura dell’ipertiroidismo e si effettua nei casi di pazienti per i quali è controindicata (o non efficace) la terapia farmacologica.   Per la Terapia si utilizza il radioiodio in quantitativi personalizzati variabili (comunque non superiori a 600MBq) che vengono calcolati al momento della somministrazione in base al tipo di patologia, al volume della tiroide e all’intensità di captazione del radioiodio misurata mediante il Test di Captazione. Le cellule tiroidee concentrano quasi tutto lo iodio che viene introdotto nell’organismo specie con gli alimenti. Lo iodio radioattivo segue lo stesso destino metabolico e quindi dopo essere stato ingerito viene concentrato in gran parte dalle cellule tiroidee: la quota rimanente viene eliminata pochi giorni, con le urine. In genere, già dopo la prima somministrazione, il radioiodio si dimostra efficace anche se a volte per ottenere l’obbiettivo prefissato è necessario somministrare due o tre dosi. In rari casi la terapia con radioiodio può provocare un transitorio peggioramento dell’ipertiroidismo della durata di alcuni giorni e curabile con terapia farmacologica. La somministrazione terapeutica di radioiodio richiede pochi minuti. Se associata al Test di captazione del radioiodio, tuttavia, la durata della procedura si estende a 3 ore.

Terapia della SBS con “fattori trofici intestinali”

La sindrome dell’intestino corto (in inglese “short bowel syndrome”, spesso abbreviato nella sigla SBS) è caratterizzata dal malassorbimento intestinale delle sostanze nutritive contenute negli alimenti. Tale quadro clinico è conseguente all’asportazione chirurgica di tutto o di una parte dell’intestino, un intervento che può essere reso necessario da diverse patologie congenite o acquisite. Nei 12-24 mesi successivi all’asportazione l’intestino residuo reagisce migliorando la sua capacità di assorbimento. Questo fenomeno, che prende il nome di “adattamento intestinale”, non è però sempre sufficiente: diversi pazienti non raggiungono infatti quel livello di assorbimento necessario a mantenere il normale stato di idratazione e nutrizione dell’organismo, e devono quindi ricorrere alla nutrizione parenterale domiciliare. Per migliorare la capacità di assorbimento può quindi essere prescritta la somministrazione di fattori trofici intestinali, farmaci in grado di “potenziare” il processo di adattamento intestinale spontaneo post-operatorio. Attualmente, l’unico fattore trofico intestinale approvato per la terapia della sindrome dell’intestino corto nell’adulto e nel bambino di età maggiore di un anno è la teduglutide, un analogo dell’ormone intestinale GLP-2 (glucagon-like peptide-2). Questo principio attivo viene somministrato tramite iniezione sottocutanea una volta al giorno. La terapia viene eseguita a domicilio direttamente dal paziente, adeguatamente istruito dagli specialisti del Centro. Sono allo studio analoghi del GLP-2 la cui somministrazione può essere effettuata ogni 3-7 giorni. La terapia con teduglutide è indicata in pazienti in nutrizione parenterale domiciliare per insufficienza intestinale dovuta a sindrome dell’intestino corto, che hanno completato il periodo di adattamento intestinale spontaneo post-operatorio e che non presentino controindicazioni al trattamento. La valutazione della candidabilità del paziente alla terapia prevede lo studio dell’intestino residuo per escludere la presenza di polipi e tumori e di stenosi (restrizioni che impediscono il regolare passaggio di nutrienti e liquidi nel canale alimentare) tramite l’esecuzione di indagini endoscopiche (colonscopia e gastroscopia) e radiologiche (entero-rinonanza magnetica o entero-TC). Il paziente deve essere disponibile per controlli ambulatoriali frequenti nei primi 6 mesi di terapia (mediamente ogni 2 settimane i primi due mesi, poi mensilmente).

Terapia fotodinamica

La terapia fotodinamica (PhotodynamicTherapy o PDT) è una metodica di cura dermatologica che permette di trattare diverse condizioni patologiche a carico cutaneo: acne, lesioni dovute a fotodanneggiamento, cheratosi attiniche, lesioni pre-tumorali e tumorali. La terapia fotodinamica si basa sull’applicazione di una sostanza fotosensibilizzante (acido amminolevulinco in crema) e dell’effetto che la luce ha su questa sostanza. La fototerapia può essere eseguita tramite l’utilizzo di una lampada UV ad emissione di luce artificiale o tramite l’utilizzo della luce solare (Day Light). Nel primo caso il paziente viene esposto ad una sorgente di luce artificiale in ambulatorio per un tempo di circa 10-25 minuti nel secondo caso il paziente dopo l’applicazione della crema fotosensibilizzante è invitato a recarsi all’aperto per un paio d’ore per poi ritornare in ambulatorio dove verrà rivalutato e poi fatto sciacquare dalla crema precedentemente applicata.

Terapia immunosoppressiva nelle malattie renali immuno-mediate

La terapia immunosoppressiva è una terapia farmacologica che impiega gli immunosoppressori, farmaci mirati ad inibire l’attività del sistema immunitario.  Normalmente la risposta immunitaria difende l’organismo da agenti estranei potenzialmente pericolosi, come i batteri che causano infezioni, i virus come quello dell’influenza, o cellule tumorali che crescono in modo incontrollato. Gli agenti estranei hanno sulla loro superficie delle molecole chiamate antigeni. Questi segnalano la loro presenza alle cellule del sistema immunitario, che reagisce producendo anticorpi (proteine specifiche che si legano agli antigeni e attivano la riposta difensiva dell’organismo volta a neutralizzare ed eliminare l’agente estraneo). Nelle patologie autoimmuni questo meccanismo è alterato e il sistema immunitario riconosce erroneamente come estranei i tessuti sani e funzionanti del corpo e li aggredisce causando infiammazione e danneggiandoli. L’immunosoppressione serve dunque a bloccare o ridurre questo attacco anomalo. Nel trapianto, invece, l’organo del donatore viene correttamente riconosciuto come estraneo dal sistema immunitario del ricevente. In questo caso si tratta di una risposta fisiologica che deve essere però controllata per prevenire il rigetto acuto e cronico dell’organo trapiantato.  Esistono diverse classi di immunosoppressori disponibili. La scelta del farmaco, o della combinazione di farmaci, e del dosaggio viene stabilita dal medico in base all’obiettivo terapeutico, alle caratteristiche del paziente e alla sua storia clinica, cercando di ridurre al minimo gli effetti collaterali. La somministrazione può avvenire per via orale o endovenosa. La durata della terapia è variabile e dipende dalla patologia e dalla risposta individuale. In alcune malattie che si ripresentano nel tempo può prevedere una fase intensiva iniziale seguita da una di mantenimento.

Termoablazione con microonde

Questa tecnica chirurgica viene utilizzata per trattare alcuni tumori del fegato e dei reni che non possono essere sottoposti a resezione chirurgica o operati diversamente. Di fatto, consiste nella bruciatura delle cellule tumorali, ottenuta grazie al calore indotto con le microonde. La procedura, eseguita sotto guida ecografica e in anestesia locale o totale, prevede infatti l’inserimento di un apposito ago collegato ad un generatore di microonde, in grado di aumentare la temperatura all’interno del tumore fino a 100°C. La durata del trattamento è variabile e dipende dal numero di noduli da trattare: in genere, comunque, la preparazione dura circa mezz’ora, mentre la procedura vera e propria non richiede più di 12 minuti a ciclo.

Termoablazione con radiofrequenza

Questa tecnica chirurgica viene utilizzata per trattare alcuni tumori del fegato e dei reni che non possono essere sottoposti a resezione chirurgica o operati diversamente. Di fatto, consiste nella bruciatura delle cellule tumorali, ottenuta grazie al calore indotto con le onde di radiofrequenza. La procedura, eseguita sotto guida ecografica e in anestesia locale o totale, prevede infatti l’inserimento di un apposito ago collegato ad un generatore di onde elettromagnetiche, in grado di aumentare la temperatura all’interno del tumore fino a 100°C. La durata del trattamento è variabile e dipende dal numero di noduli da trattare: in genere, comunque, la preparazione dura circa mezz’ora, mentre la procedura vera e propria non richiede più di 12 minuti a ciclo.

Termoablazione mediante radiofrequenza (RFA) dei noduli e dei microcarcinomi della tiroide

È una tecnica minimamente invasiva utilizzata per ridurre di dimensioni noduli benigni della tiroide e microcarcinomi della tiroide. Tale manovra viene eseguita in regime di ricovero Day Hospital UO Otorinolaringoiatria.  Per poter eseguire tale procedura, il medico deve valutare diversi parametri (volume e posizione del nodulo, crescita, etc) e, comunque, occorrono due agoaspirati negativi del nodulo eseguiti almeno a 6 mesi di distanza. Consiste nell’introdurre un ago sotto guida ecografica, come per l’agoaspirato, nel nodulo da trattare. Una volta raggiunto il punto più adatto, la punta dell’ago viene scaldata e brucia piano piano il nodulo. È dolorosa? All’inizio della procedura, verrà somministrato sia un anestetico locale che un sedativo. Inoltre, nel corso  della manovra verranno somministrate terapie farmacologiche al fine di ridurre l’infiammazione ed il dolore. Quanto dura? La preparazione richiede circa mezz’ora, mentre la procedura circa 15-20 minuti. Il tempo impiegato può variare e dipende molto dalla Sua collaborazione. Quali sono le complicanze? Anche se rare, la termoablazione può comportare complicanze che riguardano la tiroide e/o le strutture ad essa vicine. Tra le complicanze maggiori si possono verificare modifiche della voce, per paralisi transitoria del nervo ricorrente, rottura del nodulo con formazione di ascesso. Tra le complicanze minori, si segnalano la formazione di ematoma, vomito, ustione della cute. Potrà discutere più approfonditamente delle possibili complicanze con il medico nel corso delle visita preliminare.

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