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Paracentesi nelle carcinosi ginecologiche

La paracentesi nelle carcinosi ginecologiche è una procedura diagnostico-terapeutica che riveste grande importanza nel contesto della diagnosi e del trattamento delle pazienti affette da tumori ginecologici avanzati, come il cancro ovarico. Attraverso l’utilizzo di un sottile ago, questa procedura mira a rimuovere il liquido presente nella cavità addominale, noto come ascite, che può accumularsi a causa della presenza di cellule tumorali. Prima di iniziare, il medico spiega la procedura alla paziente rispondendo ad eventuali domande. Sempre nelle fasi preliminari potrebbe essere eseguita anche un’ecografia o una TAC per individuare l’esatta collocazione dell’accumulo di liquido. La paziente viene quindi invitata a distendersi sul lettino in posizione confortevole. A quel punto può essere somministrato un anestetico locale per ridurre il disagio. Avvalendosi dell’immagine fornita in tempo reale dall’ecografo, lo specialista inserisce con cura un ago sottile nell’addome per aspirare il liquido ascitico. I campioni prelevati nel corso della procedura vengono quindi inviati in laboratorio per le analisi al fine di identificare la presenza di cellule tumorali e valutare altre caratteristiche.

Patch test

Il patch test è un esame allergo-diagnostico che consiste nell’applicare sul dorso dei pazienti dei dischetti che contengono una piccola quantità delle sostanze (apteni) in grado di produrre una reazione cutanea minima nelle persone sensibilizzate. Questi dischetti  sono apposti su un cerotto di supporto, in questo modo è molto difficile che possano staccarsi dalla schiena. I test vengono rimossi dopo 48 ore e viene effettuata una prima lettura. Al posto dei dischetti vengono quindi effettuati dei segni con un pennarello in modo da identificare correttamente la posizione degli apteni alla seconda lettura. Dopo 96 ore viene effettuata la seconda lettura con l’esito finale e la risposta ai test. In alcuni casi può essere richiesta un’ulteriore lettura a 7 giorni.

Pet

La PET (sigla che viene dall’inglese “Positron Emission Tomography”, ovvero Tomografia a emissione di positroni) è una tecnica diagnostica per immagini che fornisce informazioni importanti sul funzionamento di tessuti e organi del copro. Si basa sulla somministrazione di un tracciante radioattivo, che in genere è composto da una sostanza normalmente presente nell’organismo (ad esempio il glucosio) marcata con una molecola radioattiva. Tali radiofarmaci sono caratterizzati dall’emissione di positroni, particelle che vengono rilevate da un apposito macchinario (il tomografo), e si concentrano nelle aree del corpo caratterizzate da alti livelli di attività chimica. La procedura è piuttosto semplice ma richiede almeno un paio d’ore per essere completata. Per prima cosa si procede con la somministrazione del tracciante radioattivo, solitamente per via endovenosa. È quindi necessario attendere dai 30 ai 60 minuti affinché il radiofarmaco venga completamente assorbito e si distribuisca nell’organismo. Una volta completate le procedure di preparazione, che includono anche la spogliazione da eventuali oggetti metallici (collane, orecchini, anelli), il paziente viene invitato a distendersi sul letto del macchinario per poi essere introdotto all’interno del tomografo. Nel corso delle scansioni, deve cercare di rimanere il più immobile possibile, in modo da facilitare l’acquisizione di immagini nitide e non sfocate. L’esame è assolutamente indolore ma può provocare qualche disagio, soprattutto per chi soffre di claustrofobia.

Pet con C-Metionina

La PET (sigla che viene dall’inglese “Positron Emission Tomography”, ovvero Tomografia a emissione di positroni) è una tecnica diagnostica per immagini che fornisce informazioni importanti sul funzionamento di tessuti e organi del copro. Si basa sulla somministrazione di un tracciante radioattivo e sul successivo studio della sua distribuzione, che viene eseguito con l’ausilio di un apposito macchinario. In questo caso, in particolare, la scelta del radiofarmaco da impiegare ricade sulla la C-Metionina, un aminoacido che si trova fisiologicamente nel nostro corpo e che viene marcato con carbonio 11. La procedura è piuttosto semplice e richiede circa un’ora per essere completata. Per prima cosa si procede con la somministrazione del tracciante radioattivo, solitamente per via endovenosa. È quindi necessario attendere alcuni minuti affinché il radiofarmaco venga completamente assorbito e si distribuisca nell’organismo. Una volta completate le procedure di preparazione, che includono anche la spogliazione da eventuali oggetti metallici (collane, orecchini, anelli), il paziente viene invitato a distendersi sul letto del macchinario per poi essere introdotto all’interno del tomografo. Nel corso delle scansioni, deve cercare di rimanere il più immobile possibile, in modo da facilitare l’acquisizione di immagini nitide e non sfocate. L’esame è assolutamente indolore ma può provocare qualche disagio, soprattutto per chi soffre di claustrofobia e per chi è particolarmente sensibile alle punture di ago. Non si tratta comunque di una procedura pericolosa: la quantità di radioattività iniettata è molto piccola e la dose al paziente è paragonabile ai più comuni esami radiologici. Le sostanze utilizzate non sono tossiche e non provocano generalmente effetti secondari, le manifestazioni allergiche sono del tutto eccezionali. Tutto lo staff del Policlinico, in ogni caso, è a disposizione del paziente per rispondere a qualsiasi domanda.

PET con Dotanoc

La PET (sigla che indica la Tomoscintigrafia globale corporea) è una tecnica diagnostica per immagini che fornisce informazioni importanti sul funzionamento di tessuti e organi del corpo, sullo stato di una patologia e sulla risposta dell’organismo ad un trattamento. Si basa sulla somministrazione di un tracciante radioattivo e sul successivo studio della sua distribuzione nell’organismo attraverso un apposito macchinario (il tomografo). In questo caso la scelta del tracciante ricade sul radiofarmaco 68Ga-Dotanoc (Dotanoc marchiato con Gallio 68). È bene precisare che l’esame non è doloroso né pericoloso: la dose di radiazioni assorbite, in ogni caso, è paragonabile a quella di una Tac, e l’indagine è in genere priva di significativi effetti collaterali. La procedura è piuttosto semplice e richiede circa un’ora e mezza per essere completata. Per prima cosa si procede con la somministrazione del radiofarmaco per via endovenosa. È quindi necessario attendere circa 60 minuti: durante questo lasso di tempo, necessario affinché il tracciante si distribuisca all’interno dell’organismo, il paziente può attendere in una sala dedicata. Una volta completate le procedure di preparazione, che includono anche la spogliazione da eventuali oggetti metallici (collane, orecchini, anelli), il paziente viene invitato a distendersi sul letto del macchinario per poi essere introdotto all’interno del tomografo. Nel corso delle scansioni deve cercare di rimanere il più immobile possibile, in modo da facilitare l’acquisizione di immagini nitide e non sfocate. L’esame è assolutamente indolore ma può provocare qualche disagio, soprattutto per chi soffre di claustrofobia. Lo staff medico, in ogni caso, è a disposizione del paziente per rispondere a qualsiasi domanda.

Potenziali visivi evocati (PVE)

Con il termine “elettrofisiologia” indichiamo una serie di test non invasivi che si concentrano sui fenomeni elettrici legati alla vista. Tra gli altri, nell’elenco dei test compresi in questa disciplina diagnostica troviamo anche i Potenziali Visivi Evocati, o PVE, esame pensato per studiare gli impulsi elettrici generati dalla retina e inviati al cervello tramite il nervo ottico La procedura è piuttosto semplice e indolore. Dopo aver applicato tre elettrodi (uno sulla fronte, uno dietro l’orecchio e uno tra i capelli), gli oculisti chiedono al paziente di guardare dentro una calotta con un occhio alla volta. All’interno dello strumento l’occhio viene stimolato attraverso una serie di flash luminosi o attraverso una scacchiera nera e bianca proiettata su uno schermo. L’esame dura in tutto pochi minuti.

Puntura lombare

La puntura lombare consiste nel prelievo di un piccolo quantitativo di liquor cefalo-rachidiano, ovvero il liquido dentro cui cervello è immerso. Il prelievo si effettua tramite un apposito ago, di lunghezza superiore agli altri, che viene inserito tra le vertebre lombari fino a pungere le meningi che contengono il liquor. L’esame viene eseguito in regime di day hospital in sedazione ma non prevede il ricovero del paziente. Dopo le necessarie procedure di preparazione e l’induzione della sedazione, il paziente viene fatto sdraiare su un fianco in posizione fetale. L’ago viene quindi inserito nella parte bassa della schiena, nello spazio tra una vertebra e l’altra e fatto penetrare all’interno del sacco meningeo. A quel punto sfruttando la naturale pressione del liquor vengono raccolte poche gocce che vengono poi inviate in laboratorio per le analisi del caso. L’intera procedura richiede dai 5 ai 10 minuti e non è dolorosa, anche perché l’esame viene effettuata una anestesia locale accompagnata da antidolorifici. Ciononostante, il paziente può comunque avvertire una sensazione di fastidio nelle ore immediatamente successive.

TC Rachide cervicale

La Tomografia Computerizzata, comunemente detta Tac, è un esame diagnostico che consente di ottenere immagini delle sezioni anatomiche interne (in questo caso dell’addome) sfruttando la tecnologia dei raggi X. La procedura è piuttosto semplice. Il paziente, vestito con un apposito camice, viene fatto distendere sul lettino del macchinario con la testa adagiata su un poggiatesta. Una volta concluse le procedure di preparazione, il paziente viene lasciato solo in sala, pur rimanendo sotto costante controllo del tecnico e del radiologo che seguono l’esame dietro un apposito vetro. Prima dell’inizio dell’esame vero e proprio, il lettino scorre all’interno del tubo radiogeno, un macchinario aperto sia davanti che dietro che è in grado di scansionare il tratto cervicale della colonna vertebrale. L’esame non richiede più di un quarto d’ora e può essere eseguito sia con che senza mezzo di contrasto, eventualmente somministrato per via endovenosa.

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